Danni da esposizione ad amianto. Nuove prospettive alla luce delle recenti pronunce delle corti di Common Law

Danni da esposizione ad amianto. Nuove prospettive alla luce delle recenti pronunce delle corti di Common Law

La relazione dello Studio Legale Vivani & Marson prende in considerazione alcune problematiche relative ai danni da esposizione all’amianto. In particolare la stessa mette in evidenza la possibilità di un ampliamento delle voci risarcibili di danno, anche alla luce di quanto sta accadendo in altri paesi.

Attualmente, a differenza di quanto è accaduto in passato, sono noti i rischi a cui si trovi ad essere esposto il lavoratore ogni qualvolta entri in contatto con l’amianto, pertanto il legislatore ha posto a carico del datore di lavoro l’obbligo di adottare determinate misure di protezione e di controllo. Senza nessuna pretesa di esaustività, si pensi, ad esempio, al disposto del decreto legislativo 15 agosto 1991 n. 277 (in attuazione delle direttive n. 80/1107/CEE, n. 82/605/CEE, n. 83/188/CEE e n. 88/642/CEE in materia di protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da esposizione ad agenti chimici, fisici e biologici durante il lavoro), in base al quale l’imprenditore deve: fornire ai propri dipendenti adeguati indumenti protettivi e mezzi di protezione alle vie respiratorie, effettuare controlli periodici sia sulle condizioni di salute del personale, sia sulla concentrazione di prodotto nei locali, adottare una particolare cura nella pulizia dei locali e delle attrezzature, predisporre apposite aree destinate alle pause. Per i lavoratori che siano stati esposti all’amianto, soprattutto in passato, quando ancora non si conoscevano adeguatamente le potenzialità lesive di detto materiale e, dunque, non veniva utilizzata alcuna cautela, il nostro ordinamento ha previsto delle misure di assistenza, in appresso accennate. Ai sensi della legge 27 marzo 1992 n. 257 (e successive modificazioni ed integrazioni) colui che dimostri di aver prestato la propria attività lavorativa per almeno dieci anni a contatto con l’amianto può usufruire di benefici previdenziali che, mentre in passato riguardavano sia la determinazione dell’importo delle prestazioni pensionistiche, sia il diritto di accesso alle medesime, oggi attengono unicamente la quantificazione del trattamento pensionistico. Inoltre, il lavoratore che abbia contratto una malattia in occasione dello svolgimento delle proprie funzioni, nel nostro caso derivante dall’esposizione all’amianto, può giovarsi della tutela prevista dalla normativa che ha sancito l’obbligo assicurativo delle malattie professionali prevedendo per il lavoratore il diritto di usufruire di prestazioni di natura sanitaria e di natura economica da parte dell’INAIL. Le prestazioni sanitarie consistono nell’erogazione di cure mediche e chirurgiche per tutta la durata dell’inabilità ed eventualmente anche dopo, mentre quelle economiche si traducono in una corresponsione periodica o una tantum di somme di denaro. Ad integrazione della tutela prevista dalla legislazione previdenziale, per quanto attiene ai danni non coperti dall’assicurazione obbligatoria, e per il profilo che interessa in questa sede, è possibile per il lavoratore agire in giudizio per ottenere la dichiarazione di responsabilità ai sensi dell’art. 2087 cod. civ. in capo al datore di lavoro ogni qualvolta siano ravvisabili in capo allo stesso dei profili di negligenza. Ovviamente incomberà sul lavoratore che lamenti di aver subito un danno alla salute a causa dell’attività lavorativa svolta l’onere di dimostrare l’esistenza di tale danno come pure la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso di causalità tra l’uno e l’altro, mentre il datore di lavoro sarà ammesso, per contro, a fornire la prova liberatoria di aver adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e che la malattia del dipendente non sia ricollegabile all’inosservanza di tali obblighi. La Corte di Cassazione, pronunciandosi in materia di danni da esposizione ad amianto, ha più volte ribadito il principio secondo il quale l’art. 2087 cod. civ., prescrivendo all’imprenditore di adottare le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro, ha stabilito un obbligo che si riferisce al modo di organizzare l’impresa apprestando attrezzature e servizi idonei allo scopo. In particolare, la Suprema Corte ha sottolineato come la responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 cod. civ. non sia limitata alla violazione di norme di esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, ma vada estesa – in virtù dei principi costituzionalmente garantiti – alla cura del lavoratore attraverso l’adozione da parte del datore di lavoro di tutte quelle misure e quelle cautele che si rivelino idonee, secondo l’id quod plerumque accidit, a tutelare l’integrità psicofisica di colui che mette a disposizione dell’impresa la propria energia vitale (si veda, ad esempio, Cass. Civ., sez. lav., 23 maggio 2003, n. 8204, in Giust. Civ. Mass. 2003, f.5). La maggior parte delle pronunce, sia di merito che di legittimità, rese in materia di danni conseguenti all’esposizione da amianto, attengono principalmente a casi di soggetti affetti da patologie conclamate, sviluppate in seguito alla mancata o, quanto meno inadeguata, adozione da parte del datore di lavoro di misure preventive idonee a salvaguardare l’integrità psicofisica del lavoratore. Conditio sine qua non per il riconoscimento del risarcimento di tale danno è, dunque, che sussista in capo al lavoratore una lesione fisica clinicamente accertata. Occorre però sottolineare che sulla scia di alcune sentenze emanate nei paesi anglosassoni, proprio in relazione a contaminazioni da amianto, anche i giudici italiani potrebbero mutare indirizzo e giungere a riconoscere il diritto alla risarcibilità di danni anche a prescindere dall’esistenza di una vera e propria malattia e quindi di un danno biologico. È, infatti, di notevole interesse la recente ed innovativa pronuncia (15 febbraio 2005) con la quale la High Court inglese ha riconosciuto un risarcimento “provvisionale” a titolo di danni da ansia ad un soggetto che, pur presentando solamente delle macchie pleuriche, non aveva ancora sviluppato alcuna delle malattie tipiche causate dal contatto con l’amianto. Il giudice inglese, nel caso di specie, ha ritenuto che la presenza delle placche al pleura pur dimostrando la penetrazione delle fibre di amianto nel corpo, non costituisse di per sè voce di danno risarcibile (non comportando una patologia o una diminuzione valutabile della capacità fisica), riconoscendo al contrario la rilevanza (e quindi la risarcibilità) della sofferenza psicologica derivante dal timore del possibile verificarsi in futuro della malattia. In tal modo il giudice è giunto ad individuare nella penetrazione dell’amianto attestata dalle macchie pleuriche la soglia medico – legale minima per il riconoscimento del danno da ansia ed il conseguente diritto al risarcimento. La Corte inglese ha, infatti, ritenuto meritevole di tutela risarcitoria ciò che viene definito “pain and suffering” o “loss of amenity” ossia il dolore e la sofferenza subiti o, comunque, la perdita dei piaceri della vita conseguenti alla consapevolezza di aver subito un’elevata esposizione all’amianto con i conseguenti rischi per il futuro. Con tale pronuncia il Giudice ha accordato il risarcimento provvisionale per i danni effettivamente già emersi (lo stato d’ansia) ed ha riservato per gli attori la possibilità di un’autonoma e nuova domanda per il caso di emersione di ulteriori danni, ovvero quelli derivanti dal manifestarsi vero e proprio della malattia. Le preoccupazioni suscitate dalla difficoltà di distinguere le pretese legittime di risarcimento da quelle pretestuose ed infondate e l’intento di limitare la proliferazione di azioni avevano indotto in passato le corti giudicanti a selezionare le richieste risarcitorie. Con la precitata pronuncia, il Giudice pur riconoscendo il risarcimento al danno da ansia, ha però accordato importi di danno estremamente limitati, e ciò sulla base della considerazione dell’effettiva probabilità di manifestazione della malattia, allo stato molto ridotta. Gli stessi principi sono stati accolti anche in Irlanda, ove la High Court of Nourthern Ireland, in un caso simile, ha riconosciuto all’attore i danni per depressione clinica grave, in quanto anch’egli aveva sviluppato placche al pleura asintomatiche. Entrambe le pronunce, pur avendo dato rilevanza a quello che in effetti è soltanto uno stato psicologico, hanno cercato quantomeno di ancorare tale riconoscimento ad una soglia minima, consistente in una manifestazione fisica che attesti inequivocabilmente l’avvenuta esposizione all’amianto, dalla cui dimostrazione non si può certo prescindere. Invero, in merito alla paura di un disturbo futuro aveva già avuto modo di esprimersi la giurisprudenza americana. Già negli anni 20, infatti, si era riscontrata qualche pronuncia favorevole all’accoglimento delle richieste risarcitorie per i danni (in termini di pain and suffering) derivanti dalla paura di aver contratto un certo disturbo o di aver subito una determinata lesione. Tali ripercussioni negative venivano però ricondotte a conseguenze parassitarie, seppur differenziate, di un danno fisico, che veniva però pur sempre accertato (ad esempio il timore di aver contratto il tetano in seguito ad una ferita). In materia di toxic torts è giunta ad esprimersi più di recente anche la Suprema Corte degli Stati Uniti. Nel caso Buckley, infatti, la Corte si era trovata a decidere sulla richiesta di risarcimento per emotional distress (derivante dal timore di contrarre forme tumorali) avanzata da alcuni addetti alla manutenzione presso le ferrovie municipali di New York, i quali, per poter riparare le condutture collocate nelle gallerie, erano stati costretti a tagliare l’isolamento in amianto che avvolgeva le tubature. Pur essendo stato l’esito dei singoli gradi di giudizio altalenante, la Suprema Corte aveva finito col respingere le domande attoree ritenendo che l’esposizione all’amianto non fosse stata così rilevante e che, in ogni caso, non fosse stata provata la sussistenza di un “severe emotional distress”. In ogni caso, l’indirizzo adottato dalle corti inglesi ed irlandesi rappresentano indubbiamente una novità nel rispettivo panorama giurisprudenziale; tali decisioni, pur non rivestendo alcuna rilevanza per il nostro ordinamento, potrebbero suggerire spunti di riflessione per nuove applicazioni del cosiddetto danno esistenziale. Prima di affrontare il nebuloso ed ancora in evoluzione concetto di danno esistenziale occorre premettere un breve excursus sulla risarcibilità del danno alla persona nel nostro ordinamento. Intorno agli anni settanta il sistema del risarcimento del danno appariva abbastanza semplificato: da una parte il danno patrimoniale, ossia la lesione economica risarcita ai sensi dell’art. 1223 cod. civ. (danno emergente e lucro cessante) dall’altro il danno non patrimoniale inteso come perturbamento dello stato d’animo risarcito solo nei casi previsti dalla legge ai sensi dell’art. 2059 cod. civ., ovvero in base al richiamo dell’art. 185 cod. pen., solo nei casi in cui l’illecito configurasse un reato. In tema di danno alla persona veniva poi risarcita la ridotta capacità produttiva di reddito che l’illecito civile aveva provocato al soggetto. In seguito la giurisprudenza di merito, nel tentativo di ovviare alcune incongruenze del sistema, ha rinvenuto nell’art. 2043 cod. civ. la possibilità del danno alla persona fondando la responsabilità sulla lesione del bene salute tutelato dall’art. 32 della Costituzione. Il danno biologico così considerato trova un definitivo riconoscimento con la sentenza n. 184 del 14 luglio 1986 emessa dalla Corte Costituzionale. Con tale decisione del Giudice delle leggi vengono pertanto riconosciuti tre tipi di danno (da qui la tripolarità del sistema risarcitorio): danno biologico inteso come lesione dell’integrità psicofisica, danno non patrimoniale, coincidente con il danno morale soggettivo inteso come transeunte perturbamento dell’animo e danno patrimoniale inteso come lesione di interessi economici. Questo sistema comincia ad entrare in crisi quando viene richiesta dai danneggiati e riconosciuto dai Giudice il risarcimento ad altri tipi di danno che l’illecito può produrre e che possono modificare l’esistenza dei soggetti vittime degli illeciti stessi. Viene elaborato pertanto da dottrina e giurisprudenza la figura del danno esistenziale per sopperire alle lacune riscontrate in tema di protezione civilistica degli attributi e dei valori della persona medesima connesse all’impossibilità di giovarsi dell’art. 185 cod. pen. (e di liquidare perciò il relativo danno morale) quante volte non risultasse concretizzata una fattispecie di reato (Cass. Civ., sez. I, 4 ottobre 2005, in Giust. civ. Mass. 2005, f.6). Nell’anno 2003 la Corte di Cassazione, con le sentenze n. 8827 e 8828 e la Corte Costituzionale poi, con la sentenza n. 233, hanno ridisegnato un nuovo sistema del danno non patrimoniale. Esso non coincide più con il solo danno morale soggettivo, ma in esso trovano posto tutte le ipotesi in cui siano lesi valori inerenti alla persona con pregiudizi non suscettibili di valutazione economica. La Suprema Corte, nella sentenza n. 8827 ha raccomandato che la lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cod. civ. non fosse strumentalizzata per incrementare in modo generalizzato le poste di danno risarcibili (e mai come strumento di duplicazione di risarcimento degli stessi pregiudizi) ma soprattutto come mezzo per colmare le lacune nella tutela risarcitoria della persona. Nel danno non patrimoniale così strutturato rientrano dunque rientrano oggi non soltanto il danno biologico ed in danno morale, ma ogni altro danno da lesione di diritti costituzionalmente tutelati. In questa ultima categoria dovrebbe trovare la sua collocazione il cd. danno esistenziale non sempre riconosciuto dai Tribunali. Tale voce di danno, infatti, viene ricompresa a volte nel danno biologico, a volte nel danno morale, alcuni giudici invece la ritengono soltanto una duplicazione delle altre voci del danno non patrimoniale. Tra le evoluzioni future del cd. danno esistenziale, allo stato ancora in fase embrionale, potrebbe dunque trovare una propria collocazione “lo stato soggettivo grave di ansia” che è stato riconosciuto dai giudici inglesi ed irlandesi in capo a quei soggetti, i quali pur essendo stati esposti all’amianto in misura rilevante tuttavia non ne manifestino ancora le malattie tipiche. Una simile presa di posizione non sarebbe del tutto estranea nel nostro ordinamento, atteso che sussistono già delle pronunce favorevoli alla risarcibilità ex art. 2059 cod. civ. del danno morale costituito dai disagi di ordine psichico in correlazione alle limitazioni del normale svolgimento della vita. Tali sofferenze rileverebbero autonomamente come danno esistenziale. In una recente sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione è stato ritenuto, infatti, che la compromissione delle condizioni ambientali ha determinato necessariamente una modificazione negativa della vita degli abitanti della zona. Nel caso di specie, è stato accordato il risarcimento del danno morale soggettivo lamentato dagli abitanti del paese di Seveso in quanto è stato riconosciuto in capo agli stessi un turbamento psichico (sofferenze e patemi d’animo) di natura transitoria a causa dell’esposizione a sostanze inquinanti ed alle conseguenti limitazioni del normale svolgimento della loro vita. Di tale danno morale è stato, pertanto, riconosciuto il diritto al risarcimento autonomamente anche in mancanza di una lesione all’integrità psicofisica (danno biologico) o di altro evento produttivo di danno patrimoniale, trattandosi di reato plurioffensivo che comporta, oltre all’offesa all’ambiente ed alla pubblica incolumità, anche l’offesa ai singoli pregiudicati nella loro sfera individuale (Cass. Civ., sez. Un., 21 febbraio 2002, n. 2515, Giur.It. 2002, 775). Concludendo non si può non evidenziare che qualora in futuro anche i giudici italiani, sulla scia delle pronunce adottate sul piano internazionale, ritenessero meritevole di tutela ed autonomamente risarcibile lo stato d’ansia generato dal mero timore di un disturbo futuro ciò comporterebbe un allargamento non certo trascurabile della gamma dei casi risarcibili. Ciò infatti farebbe vacillare quella sorta di argine alle pretese risarcitorie che è costituito dalla imprescindibile dimostrazione che il soggetto leso deve fornire, ovvero di aver subito un effettivo clinicamente accertabile danno alla salute a causa dell’attività lavorativa a contatto con l’amianto.