Il danno non patrimoniale nell’evoluzione giurisprudenziale italiana

Il danno non patrimoniale nell'evoluzione giurisprudenziale italiana

Il sistema delineato dal Codice civile del 1942 si fonda sulla concezione dicotomica che distingue il danno patrimoniale, disciplinato dall’art. 2043 cod. civ., dal danno non patrimoniale, disciplinato, invece, dall’art. 2059 cod. civ., con la conseguenza per la quale il danno non patrimoniale potrebbe essere risarcito solo nei casi previsti dalla legge.
L'elaborazione giurisprudenziale successiva, tuttavia, ha profondamente inciso su tale concezione, sia elaborando nuove tipologie di danno, sia, più di recente ridefinendo i contorni del danno non patrimoniale risarcibile.

Il sistema delineato dal Codice civile del 1942 si fonda sulla concezione dicotomica che distingue il danno patrimoniale, disciplinato dall’art. 2043 cod. civ., dal danno non patrimoniale, disciplinato, invece, dall’art. 2059 cod. civ., con la conseguenza per la quale il danno non patrimoniale potrebbe essere risarcito solo nei casi previsti dalla legge. In tal modo, i casi previsti dalla legge in cui era ammessa esplicitamente la risarcibilità del danno non patrimoniale riguardavano le ipotesi in cui il danno derivasse da un fatto illecito che si configurasse necessariamente come reato: ciò significava che i danni non patrimoniali potevano essere risarciti solo se derivanti da un reato (risarcibilità per combinato disposto degli artt. 2059 cod. civ. e 185 cod. pen.). La giurisprudenza risalente aveva adottato un orientamento restrittivo sul punto, stabilendo che i danni non patrimoniali potessero essere risarciti solamente nel caso in cui tutti gli elementi costitutivi del reato fossero provati. Il punto critico di questo orientamento riguardava la prova dell’elemento soggettivo: infatti, il danneggiato dal reato avrebbe avuto diritto al risarcimento dei danni non patrimoniali solamente dopo aver provato il dolo o la colpa del danneggiante, senza possibilità di presunzioni. Per fare un esempio, nel 1969 (Cass. 3859/1969) la Corte di Cassazione negò il risarcimento dei danni non patrimoniali a un soggetto coinvolto in un incidente stradale, a causa della presunzione di colpa di entrambi gli automobilisti, ex art. 2054, II comma, cod. civ.. Si sosteneva infatti che il giudice non potesse risarcire i danni non patrimoniali subiti dal danneggiato nel caso in cui la responsabilità dell’agente fosse accertata in base ad una presunzione. L’evoluzione giurisprudenziale in materia ha permesso il superamento di questa interpretazione restrittiva. Infatti, l’orientamento originario è stato definitivamente abbandonato nel 2003, a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale (sentenza 11 luglio 2003, n. 233, in Danno e resp., 2003, 939) e di alcune decisioni della Corte di Cassazione (Cass. Civ., Sez. III, 12 maggio 2003, n. 7281, n. 7282, n. 7283, in Giust. civ., 2003, I, 1480), nelle quali si afferma che i danni non patrimoniali sono risarcibili nel caso in cui il comportamento lesivo integri astrattamente un reato: “il riferimento al “reato” contenuto nell’art. 185 c.p. non postula più, come si riteneva in passato, la ricorrenza di una concreta fattispecie di reato, ma solo una fattispecie corrispondente nella sua oggettività all’astratta previsione di una figura di reato. Con la conseguente possibilità che ai fini civili la responsabilità sia ritenuta per effetto di una presunzione di legge”. A mutare risulta il modo di intendere il concetto di accertamento del reato da parte del giudice civile. Si interviene modificando quell’indirizzo consolidato secondo il quale appariva indispensabile appurare la sussistenza di tutti i presupposti necessari ad integrare la fattispecie criminosa, compresi gli aspetti soggettivi. Dal 2003, quindi, il danno non patrimoniale va risarcito anche nelle ipotesi in cui la colpa dell’autore del fatto illecito risulti da una presunzione di legge e quindi quando l’illecito corrisponda solo in astratto ad una fattispecie di reato. Quanto alla nozione di danno non patrimoniale, il legislatore la presuppone, disciplinandone la risarcibilità nella disposizione contenuta all’art. 2059 cod. civ., ma non la esplica: infatti, non ne esiste una definizione legislativa. Perciò, il compito di stabilire che cosa si intenda con “danno non patrimoniale” è spettato alla giurisprudenza e alla dottrina, che ancora se ne interessano, precisando ulteriormente e modificando orientamenti sostenuti in passato.  I. Prima tappa Inizialmente, con l’introduzione dell’art. 2059 nel codice civile del 1942, si accolse un concetto ristretto di danno non patrimoniale consistente nel solo danno morale soggettivo, inteso come turbamento dello stato d’animo del danneggiato, come patema d’animo, derivatogli dall’offesa ricevuta. Questa interpretazione restrittiva del danno non patrimoniale, consistente nel solo danno morale, ha dato in passato adito a forti dubbi di costituzionalità, specificatamente in relazione al diritto costituzionale alla salute, fisica e psichica. Sembrava potersi sostenersi che il sistema risarcitorio fondato sul combinato disposto degli artt. 2043 cod. civ. (danno patrimoniale) e 2059 cod. civ.  (danno morale) ledesse gli artt. 32, 24 e 3 della Costituzione. Infatti, che ne sarebbe stato del risarcimento dei danni per il pregiudizio, di carattere non patrimoniale, che il diritto alla salute avesse eventualmente subito a causa dell’illecito? Secondo la risalente giurisprudenza, un danno così configurato non sarebbe stato risarcibile, né come danno patrimoniale, ex art. 2043 cod. civ., né come danno morale, ex art. 2059 cod. civ. Di qui il dubbio che la disposizione contenuta nell’art. 2059 cod. civ. violasse gli articoli suddetti della Costituzione: 1) l’art. 32 Cost., perché non viene riconosciuto rilievo a un diritto costituzionalmente garantito; 2) l’art. 24 Cost., in quanto si esclude tutela giurisdizionale a un diritto attribuito da una norma della Costituzione; 3) l’art. 3 Cost., in quanto risarcire il danno all’integrità fisica in base alla capacità del soggetto leso di produrre reddito significa creare ingiustificate disparità di trattamento. La soluzione a questo problema interpretativo è stata data per la prima volta dalla Corte Costituzionale (26 luglio 1979, n. 88, in Giur. cost., 1979, I, 656), investita del compito di pronunciarsi sulla incostituzionalità dell’art. 2059 cod. civ. Nel 1979 la Suprema Corte giunse ad intuire l’omnicomprensività del dettato legislativo di cui all’art. 2059 cod. civ. manifestando una piena adesione verso una interpretazione ampia e costituzionale della disposizione, dichiarandola conforme al dettato costituzionale: “gli artt. 2049 cod. civ. e 185 c.p., nel loro combinato disposto, espressamente stabiliscono che, ove un reato sia commesso, il colpevole è tenuto anche al risarcimento dei danni non patrimoniali. L’espressione “danno non patrimoniale”, adottata dal legislatore, è ampia e generale e tale da riferirsi a qualsiasi pregiudizio che si contrapponga, in via negativa, a quello patrimoniale, caratterizzato dalla economicità dell’interesse leso. Il che porta a ritenere che l’ambito di applicazione dei sopra richiamati artt. 2059 cod. civ. e 185 c.p. si estende fino a ricomprendere ogni danno non suscettibile direttamente di valutazione economica, compreso quello alla salute”. Solo disancorando il bene salute, o, come dir si voglia, l’integrità fisica dalla propria capacità reddituale e considerandolo un diritto autonomo e primario si riesce ad attribuire un corretto significato alla disposizione in esame. II. Seconda tappa Accanto al danno morale puro la giurisprudenza identificò il cd. danno biologico, espressione presa a prestito dai medici legali e utilizzata poi dai giuristi, per identificare inizialmente un tertium genus di danno, differente dal danno patrimoniale e dal danno non patrimoniale (Trib. Genova, 25 maggio 1974). Nella motivazione della sentenza il Tribunale denuncia l’inadeguatezza di un sistema di valutazione del danno alla persona circoscritto soltanto alle spese e al mancato guadagno conseguenti al reato, e ne indica la soluzione nel danno puramente biologico da liquidarsi in modo uguale per tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro capacità di produrre reddito.  II. Terza tappa Successivamente, il Tribunale di Pisa avviò un superamento della giurisprudenza genovese, affermando che il danno alla persona che non incide sul reddito di lavoro sarebbe configurabile come danno alla salute suscettibile di valutazione economica in via equitativa (Trib. Pisa, 10 marzo 1979). IV. Quarta tappa Nel 1981 la Corte di Cassazione (Cass., 6 giugno 1981, n. 3675) diede una nuova interpretazione al danno biologico. Venne affermato che il danno al diritto alla salute integrasse un danno ingiusto (art. 2043 cod. civ.), da considerarsi “danno patrimoniale indiretto”, risarcibile ex art. 2043 cod. civ. e indipendentemente dalla capacità del soggetto leso di produrre reddito (si vedano successivamente anche Cass., 11 febbraio 1985, n. 1130 (in Resp. civ. e prev., 1985, 210) e la fondamentale sentenza della Corte Costituzionale, 14 luglio 1986, n. 184, in Foro it., 1986, I, 2053). Orientamento poi sostenuto dalla Corte Costituzionale che, limitando la portata innovativa della precedente decisione 26 luglio 1979, n. 88, affermò perentoriamente che nella nozione di danno non patrimoniale ex art. 2059 cod. civ. fossero compresi solamente i danni morali soggettivi, e non anche i danni alla salute: “l’esame della legislazione nonché della giurisprudenza e della dottrina induce a ritenere che nella nozione di danno non patrimoniale vadano compresi soltanto i danni morali subiettivi”. L’orientamento che ne discese identificò perciò il danno alla salute come un danno patrimoniale indiretto, risarcibile mediante l’applicazione dell’art. 2043 cod. civ., in combinato disposto con l’art. 32 Cost., e non rientrante nella fattispecie prevista invece dall’art. 2059 cod. civ. L’orientamento fu motivato dall’esigenza di sottrarre la risarcibilità del danno biologico al limite imposto dall’art. 2059 cod. civ.  V. Quinta tappa Definitivamente, il danno biologico, o danno alla salute, venne collocato nell’art. 2059 cod. civ. insieme al danno morale. Con la sentenza del 22 luglio 1996, n. 293 (in Giust. civ. 1996, I, 2800), preceduta dalla sentenza del 27 ottobre 1994, n. 372 (in Giur. it., 1995, I, 406), la Corte Costituzionale riconobbe il danno biologico come un danno non patrimoniale, svincolato dalla capacità del soggetto leso a produrre reddito, da risarcire quindi in modo uguale per tutti i soggetti danneggiati: “[…] l’inclusione del danno alla salute nella categoria considerata dall’art. 2059 cod. civ. non significa identificazione col danno morale soggettivo, ma soltanto riconducibilità delle due figure, quali specie diverse, al genere del danno non patrimoniale […]”. VI. Sesta tappa Il passo successivo nell’evoluzione giurisprudenziale si ebbe con le sentenze gemelle del 2003 (Cass., Sez. III, 31 maggio 2003, n. 8827 e n. 8828, in Danno e resp., 2003, 819), con cui si è data una interpretazione ampia e costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cod. civ.. In queste decisioni la Corte di Cassazione ha rigettato l’interpretazione ristretta data fino a quel momento all’art. 2059 cod. civ., promuovendone invece una interpretazione in collegamento con l’art. 2 della Costituzione: “[…] nel vigente assetto dell’ordinamento, nel quale assume posizione predeterminante la Costituzione - che all’art. 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo -, il danno non patrimoniale deve essere inteso come categoria ampia, comprensiva di ogni ipotesi in cui sia leso un valore inerente alla persona […]”. Ne consegue il riconoscimento della ampia estensione della nozione di “danno non patrimoniale”, inteso come danno da lesione di valori inerenti alla persona, e non più solo come danno morale soggettivo. Ne consegue un allargamento di tutela e di risarcibilità: i danni a tutti i diritti costituzionalmente garantiti sono risarcibili ex art. 2059 cod. civ.. Conclusione avallata anche dalla Corte Costituzionale (11 luglio 2003, n. 233), che ha ribadito la necessità di dare alla disposizione in esame una interpretazione costituzionalmente orientata, in modo da tutelare tutti i diritti che la Costituzione riconosce agli individui, effettuando una tripartizione interna all’art. 2059 cod. civ. Afferma infatti la Corte: “[…] in due recentissime pronunce viene prospettata un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cod. civ., tesa a ricomprendere nell’astratta previsione della norma ogni danno di natura non patrimoniale derivante dalla lesione di valori inerenti alla persona: e dunque sia il danno morale soggettivo, inteso come transeunte turbamento dello stato d’animo della vittima; sia il danno biologico in senso stretto, inteso come lesione dell’interesse, costituzionalmente garantito, all’integrità psichica e fisica della persona, conseguente ad un accertamento medico; sia infine il danno (definito spesso esistenziale) derivante dalla lesione di altri interessi di rango costituzionale inerenti la persona […]”. La Corte ha proceduto a tripartire il danno non patrimoniale in tre categorie positivamente individuate: 1. danno morale soggettivo: patema d’animo e turbamento psichico; 2. danno biologico: danno alla salute psico-fisica ( art. 32 Cost. ); 3. danno esistenziale: danno a qualsiasi altro interesse costituzionalmente garantito; anche se poi si contraddice sottolineando che “[…] non sembra proficuo ritagliare all’interno di tale generale categoria specifiche figure di danno etichettandole in vario modo […]”. Si comincia a parlare di danno esistenziale intorno agli anni ’90, come il danno che si esplicita nella lesione dei valori costituzionali inerenti la persona in tutte le sue manifestazioni di vita, diverse dalla lesione alla salute, risarcibile ex art. 2043 come danno patrimoniale indiretto, in modo da svincolarlo alla riserva di legge dell’art. 2059 cod. civ. (stessa operazione che precedentemente era stata compiuta per il danno biologico). Tale figura di danno nasceva dal dichiarato intento di ampliare la tutela risarcitoria per i pregiudizi di natura non patrimoniale incidenti sulla persona, svincolandola dai limiti dell’art. 2059 cod. civ.: si affermava che il fatto illecito limita le attività realizzatrici della persona umana, obbligandola ad adottare nella vita di tutti i giorni comportamenti diversi da quelli passati, realizzando così un nuovo tipo di danno. Il danno esistenziale quale danno patrimoniale indiretto viene però abbandonato dalle sentenze gemelle del 2003, secondo le quali il sistema aquiliano deve essere necessariamente diviso in: 1.  danno patrimoniale (art. 2043 cod. civ.), consistente nella lesione del patrimonio, economicamente valutabile e risarcibile attraverso (i) un esame comparato della consistenza del patrimonio prima e dopo il fatto illecito (danno emergente) e (ii) attraverso la capacità del soggetto di produrre reddito (lucro cessante); 2.  danno non patrimoniale (art. 2059 cod. civ.), costituito da tutti i danni alla sfera non patrimoniale del danneggiato, in cui rientrano:
  • danno morale
  • danno biologico
  • danno esistenziale
Tale classificazione tripartita è stata accolta all’interno dell’ordinamento, anche se costituisce il punto più discusso e controverso della svolta interpretativa del 2003. Dal momento che il nuovo orientamento ha realizzato una vera rivoluzione interpretativa che però non sembra suscettibile di univoca interpretazione, la Terza Sezione della Corte di Cassazione ha emesso un’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite, chiedendo un loro intervento nomofilattico in materia e sottoponendo alle stesse diversi quesiti per ottenere un chiarimento definitivo in materia di risarcimento del danno non patrimoniale. I quesiti che vengono posti sono i seguenti: 1.      rispetto alla tripartizione delle figure di danno operata dalla Corte Costituzionale, è lecito individuare, a fianco del danno biologico e del danno morale, un danno esistenziale derivante dalla lesione di interessi costituzionalmente garantiti? 2.      i caratteri morfologici del danno esistenziale consistono nella gravità dell’offesa o nella gravità delle conseguenze dannose derivanti dal comportamento illecito? 3.      è sostenibile la tesi per cui il sistema del danno patrimoniale sarebbe retto dalla atipicità, mentre il sistema del danno non patrimoniale dalla tipicità? 4.      il danno esistenziale può essere riconosciuto solamente nei rapporti contrattuali, come precedentemente sostenuto, oppure lo si può riconoscere anche nell’illecito aquiliano? 5.      a quale tavola di interessi ci si deve riferire per fondare una legittima richiesta risarcitoria a titolo di danno esistenziale? 6.      quali criteri risarcitori bisogna seguire per liquidare in modo legittimo il danno esistenziale senza cadere in illegittime duplicazioni risarcitorie? 7.      è possibile riconoscere il danno tanatologico o da morte immediata che sempre è stato escluso dalla giurisprudenza, ma che recentemente sembra aver ricevuto un riconoscimento (Cass., Sez. III, 12 luglio 2006, n. 15760, in Giust. civ. Mass., 2006, 7-8)? 8.      quali sono gli oneri probatori del danneggiato che chieda il risarcimento del danno esistenziale? Il problema fondamentale che si illustra e si chiede di risolvere alle Sezioni Unite riguarda la corretta configurabilità del danno esistenziale all’interno del sistema risarcitorio italiano. All’ordinanza la Corte di Cassazione risponde con quattro sentenze gemelle (Cass., Sez. un., 11 novembre 2008, nn. 26972, 26973, 26974 e 26975, in Resp. civ. e prev., 2009, 1, 38) che ripercorrono l’evoluzione del danno esistenziale all’interno della giurisprudenza italiana, soprattutto evidenziando le due correnti che si sono prodotte negli ultimi anni all’interno della giurisprudenza, quella degli esistenzialisti e quella degli antiesistenzialisti.
  • Alcune volte (Cass., Sez. lav., 3 luglio 2001, n. 9009, in Danno e resp., 2001, 1207) la Corte di Cassazione ha riconosciuto tutela risarcitoria al danno esistenziale, riconducendolo a tutte le compromissioni delle attività realizzatrici della persona umana e a tutti i disagi e i turbamenti di tipo soggettivo, che non potevano ritenersi privi di tutela.
  • Altre volte (Cass., Sez. I, 5 novembre 2002, n. 15449, in Resp. civ. e prev., 2003, 81 e Cass., Sez. III, 15 luglio 2005, n. 15022, in Giust. civ. Mass., 2005, 7/8) la Corte di Cassazione ha negato la possibilità di riconoscere autonomia alla categoria del danno esistenziale, sostenendo che il sistema del danno patrimoniale è caratterizzato dalla atipicità, in quanto si fonda sulla clausola generale di danno ingiusto, ex art. 2043 cod. civ., mentre il sistema del danno non patrimoniale si fonda sulla tipicità delle fattispecie. Di conseguenza appare illegittimo ogni riferimento ad una generica categoria di danno esistenziale nella quale far confluire fattispecie non previste dalla norma, perché questo comporterebbe la atipicità anche del danno non patrimoniale.
Le cui conclusioni sono: 1.      in presenza di un reato, è risarcibile il danno non patrimoniale conseguente non soltanto alla lesione di diritti costituzionalmente inviolabili, ma anche alla violazione di qualsiasi interesse meritevole di tutela in base all’ordinamento; 2.      negli altri casi previsti dalla legge, la selezione dell’interesse meritevole di tutela avviene da parte dello stesso legislatore: la legge può prevedere il risarcimento di danni non patrimoniali derivanti dalla lesione di interessi pur non aventi rango costituzionale; 3.      al di fuori dei casi determinati dalla legge, la risarcibilità dei danni non patrimoniali può avvenire solo se sia accertata la lesione di un diritto inviolabile della persona: deve sussistere una ingiustizia costituzionalmente qualificata. La Corte di Cassazione per identificare i casi in cui i danni non patrimoniali siano risarcibili e per garantire la tipicità dei danni non patrimoniali ha richiamato i diritti inviolabili dell’uomo, stabilendo che solamente la lesione di tali diritti permette la tutela risarcitoria dei danni non patrimoniali: viene perciò individuato un criterio selettivo più ristretto rispetto a quello indicato dalle sentenze gemelle del 2003, che più genericamente parlavano di diritti della persona costituzionalmente garantiti. Secondo le Sezioni Unite, infatti, l’ordinamento garantisce una tutela minima risarcitoria ai diritti inviolabili dell’uomo, e di conseguenza la loro tutela risarcitoria ricomprende anche il risarcimento dei danni non patrimoniali. Questa regola risarcitoria incrementerebbe l’elenco dei casi risarcibili ricomprendendo il diritto alla salute (art. 32 Cost.), alla famiglia e ai rapporti parentali (art. 29 Cost.) e i diritti al nome, alla reputazione, alla riservatezza, ricompresi nei diritti della persona.  La Corte di Cassazione ha provveduto a riordinare l’intera materia del danno non patrimoniale, prendendo posizione sulla opportunità di ripartirlo in diverse figure di danno. Le Sezioni Unite hanno proceduto ad identificare una definizione di danno non patrimoniale, consistente nel danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica, e successivamente si è soffermata sulle diverse tipologie di danni che la giurisprudenza precedente identificava nell’art. 2059 cod. civ., criticando tale impostazione. Infatti, in ordine al danno morale, la Corte ha ritenuto scorretto e non conforme al dato normativo pretendere di distinguere il danno morale soggettivo, inteso come patema d’animo e sofferenza psichica soggettiva: “[…] nell’ambito della categoria generale del danno non patrimoniale, la formula “danno morale” non individua una autonoma sottocategoria di danno, ma descrive, tra i vari possibili pregiudizi non patrimoniali, un tipo di pregiudizio, costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sé considerata […]”. Si esclude perciò il risarcimento di una somma a titolo di danno morale, in quanto la sofferenza psichica rientrerebbe nel danno biologico: determinerebbe una duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno biologico insieme al danno morale. Questo non significa perciò che la sofferenza morale non debba più essere risarcita. La modifica introdotta dalle sentenze gemelle riguarda le modalità di risarcimento di questa sofferenza: si deve infatti evitare che la medesima sofferenza venga risarcita due volte, una volta per danno biologico, l’altra per danno morale. Il turbamento d’animo, il dolore intimo sofferto rientra “[…] nel danno biologico, del quale ogni sofferenza, fisica o psichica, per sua natura intrinseca costituisce componente. Determina quindi duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno morale […]”. Lo stesso discorso sembra essere effettuato per il danno esistenziale. Non è ammissibile, a parere delle Sezioni Unite, una figura di danno cd. esistenziale: a seguito di un comportamento illecito “[…] vengono in considerazione pregiudizi che, in quanto attengono all’esistenza della persona, per comodità di sintesi possono essere descritti e definiti come esistenziali, senza che tuttavia possa configurarsi una autonoma categoria di danno. Non può, dunque, farsi riferimento ad una generica sottocategoria denominata “danno esistenziale”, perchè attraverso questa si finisce per portare il danno non patrimoniale nella atipicità […]”. Le Sezioni Unite sono giunte perciò a cancellare il danno esistenziale e il danno morale considerati una duplicazione del danno biologico, in modo da evitare una ingiusta duplicazione di risarcimenti. Il danno esistenziale e il danno morale possono costituire solamente “voci” del danno biologico nel suo aspetto omnicomprensivo. Il riferimento a determinati tipi di pregiudizio, in vario modo denominati (danno biologico, danno morale e danno da perdita del rapporto parentale) risponde a esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte categorie di danno.   L’impatto di queste sentenze sull’ordinamento, si capisce, è stato enorme. Soprattutto in ambito assicurativo, si sono moltiplicate in pochi mesi le circolari interne alle singole imprese assicuratrici, al fine di uniformare il comportamento delle stesse in caso di incidenti stradali alle indicazioni derivanti dalle citate sentenze. Il punto che realizza maggiori problemi riguarda il concetto di personalizzazione del risarcimento che può essere compiuta da parte del giudice in sede di valutazione dei danni subiti dal soggetto leso. Il pregiudizio in passato definito come “danno morale” oggi può al più costituire fattore di personalizzazione della liquidazione del danno biologico. Perciò, a seguito di un comportamento lesivo, il giudice avrà la possibilità di risarcire il solo danno biologico, ma potrà anche procedere alla personalizzazione del risarcimento tenendo in considerazione la sofferenza psico-fisica del soggetto leso: “[…] dovrà il giudice procedere ad adeguata personalizzazione della liquidazione del danno biologico, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza […]” (sentenze gemelle 2008). Per capire in concreto i problemi di personalizzazione del risarcimento è necessario richiamare il D. Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, integrante il Codice delle assicurazioni private, che all’art. 138 disciplina il risarcimento del danno biologico per lesioni di non lieve entità (menomazioni all’integrità psicofisica comprese tra 10 e 100 punti), e all’articolo successivo disciplina il risarcimento del danno biologico per lesioni invece di lieve entità (lesioni pari o inferiori al 9%). Il problema della personalizzazione del risarcimento del danno biologico che può essere compiuto da parte del giudice sulla scia di quanto sostenuto dalle Sezioni Unite non pone particolari problemi in caso di menomazioni lievi, ma in caso di menomazioni gravi all’integrità fisica. Infatti, l’art. 139 del Codice delle assicurazioni private prevede che, in caso di menomazioni lievi, il risarcimento debba essere quantificato nella misura corrispondente al valore di punto di invalidità, mediante l’applicazione della tabella contenuta nel c. 6 del medesimo articolo, con possibilità per il giudice di accrescere l’ammontare del danno biologico, mediante la personalizzazione del risarcimento, in misura non superiore al 20%. In questo caso il giudice non avrà più nessuna possibilità di risarcire il danno biologico insieme al danno morale, ma potrà solamente liquidare il danno biologico con una personalizzazione massima del 20%. Non così in caso di menomazioni gravi all’integrità fisica. Infatti, non essendoci alcuna norma di legge che fissi la misura del risarcimento e della personalizzazione, il giudice resta libero di procedere in via equitativa, potendo eventualmente liquidare il danno biologico tenendo concretamente in considerazione il pregiudizio morale subito dal soggetto leso. Il giudice in questi casi, per uniformarsi al principio espresso dalle Sezioni Unite, dovrà aumentare l’importo risultante dall’applicazione dei criteri standard solamente nel caso in cui la vittima deduca e dimostri di aver subito un nocumento particolare a seguito del comportamento dell’agente. “Personalizzare” il risarcimento significa tenere conto delle circostanze concrete del caso in esame e aumentare il risarcimento solo nel caso in cui la lesione subita sia effettivamente superiore al risarcimento a cui il danneggiato avrebbe diritto mediante l’applicazione dei criteri standard, e non significa affatto che il giudice debba sempre e comunque aumentare i valori risultanti dalle tabelle utilizzate.   La stessa Corte di Cassazione, dopo le sentenze gemelle del 2008, è ritornata a precisare l’orientamento sostenuto in precedenza in materia di risarcimento del danno non patrimoniale. Con una decisione del 16 febbraio del 2009 (Cass., Sez. un., 16 febbraio 2009, n. 3677, in Resp. civ. e prev., 2009, 754), le Sezioni Unite hanno richiamato il precedente indirizzo sostenuto in materia, concludendo che “[…] il danno non patrimoniale costituisce una categoria ampia ed omnicomprensiva, all’interno della quale non è possibile ritagliare ulteriori sottocategorie. Pertanto, il danno esistenziale costituisce solo un ordinario danno non patrimoniale, che non può essere liquidato separatamente sol perché diversamente denominato […]”. Inoltre, in merito al danno cd. morale, le Sezioni Unite hanno specificato che “[…] il diritto al risarcimento del danno morale, in tutti i casi in cui è ritenuto risarcibile, non può prescindere dalla allegazione da parte del richiedente, degli elementi di fatto dai quali desumere l’esistenza e l’entità del pregiudizio […]”, in questi casi, però, non si potrà procedere alla liquidazione di una somma a titolo di danno morale, in quanto il giudica avrà la sola possibilità di personalizzare il risarcimento, tenuto conto della particolare sofferenza subita dal danneggiato a seguito del comportamento del danneggiante. I requisiti necessari per il risarcimento del danno non patrimoniale sono poi stati specificati dalla III Sezione civile della Corte di Cassazione con la sentenza n. 12885/2009. La pronuncia in questione costituisce il correttivo di una precedente decisione della stessa Sezione (Cass., Sez. III, 25 febbraio 2009, n. 4493, in Resp. civ. e prev., 2009, 1013) in cui la Corte di Cassazione si era in realtà pronunciata in modo difforme dal precedente orientamento del 2008. Nel febbraio del 2009 infatti, la III Sezione civile aveva rigettato il ricorso di una clinica veterinaria risultata responsabile del decesso di un gatto in seguito a prestazioni sanitarie negligenti, e aveva altresì affermato che anche la perdita di un animale domestico può essere causa di risarcimento del danno morale, quale voce del danno non patrimoniale. Nel giugno 2009 si è avuto un correttivo di questa pronuncia, anche con la specificazione dei limiti necessari al il risarcimento del danno non patrimoniale. La risarcibilità del pregiudizio non patrimoniale presuppone quindi che la condotta del danneggiante abbia leso un diritto inviolabile della persona (si deve trattare perciò di una ingiustizia e di una lesione costituzionalmente qualificata), nonché che la lesione sia stata grave e che il danno non sia stato futile.    Schematicamente, i limiti al risarcimento dei danni non patrimoniali sono: 1.  ingiustizia costituzionalmente qualificata: l’interesse che si assume leso deve necessariamente essere un diritto inviolabile dell’uomo, oppure deve essere riconducibile ad una espressa previsione di legge che consenta il risarcimento ex art. 2059 cod. civ.; 2.  gravità della lesione: la lesione deve eccedere una certa soglia di offensività, rendendo il pregiudizio tanto serio da essere meritevole di tutela; 3.  serietà del danno: il danno non deve essere bagatellare, futile, irrisorio o ragionevolmente irrilevante.   È inoltre necessario evitare duplicazione risarcitorie, per cui non esistono più le figure del danno morale o del danno esistenziale: il danno è unitario.  La giurisprudenza successiva alle sentenze gemelle del 2008 delle Sezioni Unite è alquanto oscillante in ordine al risarcimento del danno non patrimoniale. Alcuni giudici hanno correttamente recepito l’orientamento del 2008 e hanno quindi provveduto a risarcire il solo danno biologico, procedendo alla personalizzazione del risarcimento solo nel caso in cui fosse provata una particolare e grave sofferenza. La III Sezione della Corte di Cassazione (Cass., Sez. III, 12 dicembre 2008, n. 29191, in Giust. civ. Mass., 2008, 12, 1766) sul punto ha infatti precisato che “[…] nel caso di lesioni gravissime con perdita di salute, il danno biologico deve essere necessariamente personalizzato calcolando anche la componente della capacità lavorativa e del danno psichico, sicché ai valori tabellari della stima statica della gravità del danno devono aggiungersi in aumento le altre componenti, secondo un prudente apprezzamento, che tenga conto dell’eventuale probabile aggravamento verificatosi nel periodo successivo, ove documentato e specificatamente provato […]”. Rilevante poi la motivazione del Tribunale di Firenze nel gennaio 2009 (Trib. Firenze n. 139/2009) in cui il giudice ha correttamente sostenuto che “[…] la nuova nozione di danno morale, quale elemento di quello non patrimoniale complessivo, va esclusa, salvo particolari ipotesi, allorché il danno prodotto dal reato importi la lesione psico-fisica e questa sia risarcita come danno biologico: in tale caso si assisterebbe infatti ad una duplicazione del danno da reato ove la sofferenza soggettiva non assuma rilievo autonomo rispetto a quella conseguente alle lesioni […]”. Altre volte, i giudici hanno continuato a risarcire il danno morale e il danno esistenziale in modo separato rispetto al danno biologico, esattamente come avveniva prima della pronuncia delle Sezioni Unite. In un caso di disastro ambientale, per esempio, il giudice ha provveduto a liquidare ai residenti dell’area il danno morale subito a seguito del disastro, identificato nella paura di ammalarsi e nella preoccupazione per il proprio stato di salute dopo la consumazione del reato di disastro ambientale. Così come si è provveduto a risarcire il danno esistenziale ai componenti di una famiglia che, abitando sopra un bar frequentato da molti fumatori, hanno sostenuto di non aver più potuto aprire le finestre del proprio appartamento a causa dell’installazione, da parte del locale sottostante, di impianti di filtraggio del fumo collocati proprio sotto le loro finestre. Conclusioni Dopo le pronunce delle Sezioni Unite del 2008 sul risarcimento del danno non patrimoniale è utile evidenziare i punti fondamentali della materia a seguito del revirement giurisprudenziale per avere un quadro più lineare della nuova disciplina così introdotta.
  • La risarcibilità del pregiudizio non patrimoniale presuppone che la condotta del danneggiante abbia leso un diritto inviolabile della persona, nonché che la lesione sia stata grave e che il danno non sia stato futile: è necessaria una lesione costituzionalmente qualificata, che abbia un certo grado di offensività sulla persona tale da fargli patire un danno grave e non meramente bagatellare o irrisorio.
  • Non esiste più la tripartizione del danno non patrimoniale in danno biologico, morale ed esistenziale, infatti il danno esistenziale e il danno morale possono costituire solamente “voci” del danno biologico nel suo aspetto omnicomprensivo: nell’ambito della categoria generale del danno non patrimoniale, la formula “danno morale” non individua una autonoma sottocategoria di danno, ma descrive, tra i vari possibili pregiudizi non patrimoniali, un tipo di pregiudizio, costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sé considerata. Inoltre, a seguito dell’illecito vengono in considerazione pregiudizi che, in quanto attengono all’esistenza della persona, per comodità di sintesi possono essere descritti e definiti come esistenziali, senza che tuttavia possa configurarsi una autonoma categoria di danno.
  • Per garantire la tipicità del danno non patrimoniale il giudice avrà la possibilità di liquidare il solo danno biologico patito dal danneggiato, con eventuale personalizzazione del risarcimento (ovvero aumento del risarcimento) solo nel caso il danneggiato abbia subito un grave nocumento alla salute psico-fisica: i pregiudizi in passato definiti come “danno morale” e “danno esistenziale” oggi possono al più costituire fattore di personalizzazione della liquidazione del danno biologico leso. Dovrà il giudice procedere ad adeguata personalizzazione della liquidazione del danno biologico, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza.