Il mancato pagamento dei contributi e degli accantonamenti dovuti alla Cassa Edile. La responsabilità

Il mancato pagamento dei contributi e degli accantonamenti dovuti alla Cassa Edile. La responsabilità

Nel caso di mancato pagamento dei contributi e degli accantonamenti dovuti da un’impresa edile alla Cassa Edile presso la quale è iscritta in ragione dell’attività svolta, appare opportuno verificare se, alla luce della normativa vigente, sussista o meno responsabilità solidale degli altri soggetti dell’appalto.

Nel caso di mancato pagamento dei contributi e degli accantonamenti dovuti da un’impresa edile alla Cassa Edile presso la quale è iscritta in ragione dell’attività svolta, appare opportuno verificare se, alla luce della normativa vigente, sussista o meno responsabilità solidale degli altri soggetti dell’appalto. Si rileva in particolare che l’art. 1676 cod. civ. regolamenta i rapporti tra i lavoratori dell’appaltatore e il committente. In base a tale norma i lavoratori dell’appaltatore hanno azione diretta nei confronti del committente per quanto attiene la retribuzione. Tuttavia, la Suprema Corte ritiene che tale disposizione si applica anche ai lavoratori del subappaltatore nei confronti dell’appaltatore in quanto loro committente; ritiene infatti che il contratto di subappalto sia un vero e proprio appalto che si caratterizza rispetto al contratto tipo solo per essere un contratto derivato da altro che ne costituisce il presupposto (in questo senso Cass. Sez. lav., 7 marzo 2008, n. 6208, in D. L. Riv. critica dir. lav., 2008, 623). Pertanto, secondo questo orientamento, anche i lavoratori del subappaltatore possono agire direttamente per conseguire la loro retribuzione nei confronti dell’appaltatore. La norma si applica a tutti i datori di lavoro, comprese le persone fisiche che non esercitano attività d’impresa. L’azione si prescrive in 5 anni dall’insorgenza del credito. La responsabilità solidale tra committente – appaltatore – subappaltatore è regolata più specificamente da due disposizioni: - l’art. 29 del Decreto Legislativo 10 settembre 2003, n. 276 - l’art. 35 comma 28 del Decreto Legge 4 luglio 2006, n. 223 convertito con la legge 4 agosto 2006, n. 248. L’art. 29 D. Lgs. 10 settembre 2003, n. 276: dispone che "[...] in caso di appalto di opere o di servizi, il committente imprenditore o datore di lavoro è obbligato in solido con l’appaltatore, nonché con ciascuno degli eventuali ulteriori subappaltatori, entro il limite di due anni dalla cessazione dell’appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi e i contributi previdenziali dovuti [...]". Si ha pertanto certamente: (1) responsabilità solidale del committente e dell’appaltatore (2) responsabilità solidale del committente e del subappaltatore per omesso versamento dei trattamenti retributivi e dei contributi previdenziali da parte dell’appaltatore e del subappaltatore (senza limiti di valore). La responsabilità solidale deve essere fatta valere entro il limite di due anni dalla cessazione dell’appalto, a pena di decadenza. Tale norma si applica nel caso in cui il committente sia un soggetto privato che eserciti attività d’impresa o professionale. Sono esclusi dal campo di applicazione della norma i committenti persone fisiche. È dubbia in giurisprudenza l’applicazione di detta norma nel caso in cui il committente sia un soggetto pubblico (infatti, l’art. 1 del D. Lgs. 10 settembre 2003, n. 276 esclude dal suo campo di applicazione le pubbliche amministrazioni e il loro personale). Se si segue tale linea interpretativa, l’unica forma di solidarietà che sussiste tra il committente pubblico e l’appaltatore privato è quella prevista dall’art. 1676 cod. civ. (che però ha due limiti in quanto prevede solo l’azione diretta dei dipendenti dell’appaltatore ed è circoscritta al solo trattamento retributivo dovuto al lavoratore al momento della domanda con la conseguenza che se, nelle more, il committente pubblico estingue il proprio debito nei confronti dell’esecutore dei lavori, non è solidalmente tenuto nei confronti dei lavoratori (interpello del Ministero del Lavoro, Direzione Generale per l’attività ispettiva n. 35/2009)). (3) responsabilità solidale del subappaltatore e dell’appaltatore Tale responsabilità può essere ritenuta sussistente per analogia soltanto utilizzando l’interpretazione della Suprema Corte laddove ritiene che la disposizione dell’art. 1676 cod. civ. si applichi anche ai lavoratori dipendenti del subappaltatore nei confronti dell’appaltatore. La Suprema Corte ritiene infatti che l’appaltatore vada considerato come committente del subappaltatore, atteso che il contratto di subappalto si deve considerare come un vero e proprio appalto che si caratterizza rispetto al contratto tipo solo per essere un contratto derivato da altro che ne costituisce il presupposto (in questo senso Cass. 7 marzo 2008, n. 6208). Pertanto, dalla lettura combinata dell’art. 29 del D.lgs. 10 settembre 2003, n. 276 e dell’art. 1676 cod. civ, nonché dall’applicazione del citato orientamento della Corte di Cassazione, si potrebbe ritenere che l’appaltatore sia obbligato in solido con il subappaltatore per le retribuzioni ed i contributi previdenziali spettanti ai lavoratori dipendenti del subappaltatore. L’art. 35 comma 28 D.L. 4 luglio 2006, n. 223 convertito con la legge 4 agosto 2006, n. 248 dispone che "L’appaltatore risponde in solido con il subappaltatore della effettuazione e del versamento delle ritenute fiscali sui redditi di lavoro dipendente e del versamento dei contributi previdenziali e dei contributi assicurativi obbligatori per gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali dei dipendenti a cui è tenuto il subappaltatore". Si ha, quindi, responsabilità solidale tra appaltatore e subappaltatore per l’omesso versamento di: a) ritenute fiscali; b) contributi previdenziali; c) contributi assicurativi obbligatori infortuni sul lavoro e malattie professionali. Tale norma si applica sia quando l’appaltatore è soggetto privato sia quando è soggetto pubblico. In sintesi: - Se il committente è soggetto privato che eserciti attività d’impresa o professionale, il creditore dell’appaltatore o del subappaltatore può agire, oltre che contro l’appaltatore o il subappaltatore, anche nei confronti del committente per recuperare i trattamenti retributivi e i contributi previdenziali non versati da parte dell’appaltatore o da parte del subappaltatore e ciò ai sensi dell’art. 29 D. Lgs. 10 settembre 2003, n. 276. - Se il committente è un soggetto pubblico, è dubbia l’applicazione della dell’art. 29 D. Lgs. 10 settembre 2003, n. 276 in virtù dell’esclusione dal suo campo di applicazione - prevista all’art. 1 - delle pubbliche amministrazioni e del loro personale. - Se il committente è un soggetto privato non si può agire nei suoi confronti. - Se l’appaltatore è un’impresa o un soggetto pubblico, il creditore del subappaltatore può agire anche nei suoi confronti per recuperare contributi previdenziali non versati dal subappaltatore. Quindi, se il debitore è: 1) il subappaltatore, si può agire: a) verso l’appaltatore sia che questi sia un soggetto privato che pubblico, ma solo per i contributi previdenziali; b) verso il committente solo se è un’impresa (non se è un soggetto privato, dubbi se è soggetto pubblico) per trattamenti retributivi e contributi previdenziali; c) verso l’appaltatore anche per i trattamenti retributivi oltre che per quelli previdenziali se si adotta l’interpretazione derivante dalla lettura combinata dell’art. 29 del D.lgs. 10 settembre 2003, n. 276 e dell’art. 1676 cod. civ, nonché dall’applicazione del citato orientamento della Corte di Cassazione. 2) l’appaltatore, si può agire verso il committente solo se è un’impresa (non se è un soggetto privato, dubbi se è soggetto pubblico) per trattamenti retributivi e contributi previdenziali   Natura dei contributi della Cassa Edile I contributi Cassa Edile sono così suddivisi: a) ratei di gratifica natalizia, ferie e riposi annui; b) per la scuola professionale e/o per la formazione professionale; c) per il trattamento relativo all’Anzianità professionale edile; d) per la gestione e il funzionamento delle Casse Edili e dei relativi servizi e trattamenti; e) per le quote di adesione contrattuale; f) per l’acquisto per conto dei dipendenti degli indumenti da lavoro. Per quanto attiene agli accantonamenti per gratifiche natalizie, festività e ferie, non sussistono problemi in ordine al loro riconoscimento come crediti aventi natura retributiva. Infatti, non viene neppure messa in dubbio la loro natura privilegiata ai sensi dell’art. 2751 bis n. 1 cod. civ. Al riguardo la Corte di Cassazione, Sez. I, con la sentenza n. 26342 dell’11 dicembre 2006 ha stabilito che "[…] le somme versate dai datori di lavoro alle Casse Edili come accantonamenti corrispondono a voci retributive [...] i relativi crediti hanno natura privilegiata ex art. 2751 bis n. 1 c.p.c. […]”. In relazione a queste voci non sussistono problemi: esiste responsabilità solidale tra committente e appaltatore, tra committente e subappaltatore e, in forza della sopra citata interpretazione estensiva, tra appaltatore e subappaltatore, anche se, come detto, l’art. 35 comma 28 D.L. 4 luglio 2006, n. 223 non contempla specificamente tale responsabilità per ciò che attiene al trattamento retributivo. La problematica concerne invece la natura di tutti gli altri contributi indicati nelle precedenti lettere da b) a f). Tali contributi attengono a versamenti, in parte dovuti dai lavoratori, mediante trattenute operate dai datori di lavoro, ed in parte dai lavoratori stessi. Secondo un orientamento, tali contributi dovuti alla Cassa Edile non hanno natura retributiva, in quanto il riferimento alla retribuzione è solamente funzionale: è cioè un mero criterio di calcolo; in forza di tale considerazione, il lavoratore iscritto è l’unico soggetto tenuto al versamento (Tribunale di Savona, 29 agosto 2008, n. 714). Anche il Tribunale di Bologna, con sentenza del 10 dicembre 1992 (in Dir. fall., 1995, II, 117 ), ha affermato che i crediti vantati dalla Cassa Edile nei confronti dell’impresa non godono del privilegio ai sensi dell’art. 2751 bis cod. civ. in quanto il riferimento alla retribuzione è un mero criterio di calcolo e che, qualora non sia ravvisabile una cessione del credito, l’unico soggetto obbligato al versamento rimane sempre il lavoratore. Pertanto, il credito della Cassa Edile per tali contributi, anche se consiste in una quota di denaro che si identifica in una quota della retribuzione, non ha natura retributiva, poiché non spetta a titolo di remunerazione dell’attività lavorativa. Inoltre, il citato orientamento ritiene che i detti contributi non siano assistiti neppure da privilegio ex art. 2754 cod. civ. (crediti per contributi dovuti ad istituti ed enti per forme di tutela previdenziale e assistenziale diverse da quelle relative alle assicurazioni obbligatorie), in quanto questi non sarebbero dovuti per legge, ma corrisposti volontariamente. Più di recente la Suprema Corte (sentenza n. 26324 dell’11 dicembre 2006), in accoglimento dell’orientamento espresso dalla Corte d’Appello di Bologna (sentenza n. 864 del 19 luglio 2002), ha affermato che “[…] i contributi attengono a versamenti, in parte dovuti dai lavoratori, mediante trattenute operate dai datori di lavoro, ed in parte da questi ultimi […] l’entità e le modalità di erogazione sono stabilite dalla contrattazione collettiva […] il credito delle Casse per i contributi a loro spettanti, pur consistendo in una somma di denaro che si identifica in una quota della retribuzione, ha natura diversa da questa, perché spetta a titolo di contributo e non di remunerazione dell’attività lavorativa, non costituendo la retribuzione oggetto della prestazione, ma soltanto la sua base di calcolo […] tale credito non può ritenersi assistito dal privilegio previsto dall’art. 2751 bis cod. civ., atteso che tale norma non menziona tra i crediti privilegiati quelli dovuti alle associazioni sindacali a titolo di contributo e che non è suscettibile, data la sua eccezionalità, di applicazione analogica […]”. Il Tribunale di Milano, con la sentenza del 24 gennaio 2007, ha statuito che “[…] la causa del credito in considerazione della quale la legge accorda il privilegio generale sui mobili del datore di lavoro per i contributi di previdenza sociale di cui agli art. 2753 e 2754 c.c. va individuata nell'interesse pubblico al reperimento ed alla conservazione delle fonti di finanziamento della previdenza sociale. Tale fine non è tutelato invece dagli enti privati, ancorché essi siano portatori di interessi collettivi, e che gestiscono forme integrative di previdenza e assistenza. Da ciò deriva che restano esclusi dal privilegio i contributi non versati dal datore di lavoro alla Cassa Edile, che sono dovuti dall'imprenditore non in forza della legge, ma in virtù della regolamentazione dei contratti collettivi […]”. In senso opposto alle suddette pronunce si è espresso il Tribunale di Monza con la sentenza del 6 febbraio 2008. Detto Tribunale rileva, in via principale, che l’orientamento nettamente maggioritario esclude la natura privilegiata ai sensi degli artt. 2754 e 2778 cod. civ. ai crediti dovuti alla Cassa Edile a titolo di contributo previdenziale integrativo poiché “[…] la causa del credito in considerazione della quale la legge accorda il privilegio per i contributi di previdenza sociale va individuata nell’interesse pubblico al reperimento ed alla conservazione delle fonti di finanziamento della previdenza sociale, fine che non sarebbe tutelato, invece, dagli enti privati, pur portatori di interessi collettivi, che gestiscono forme integrative di previdenza ed assistenza. Si è poi spesso argomentato che i crediti previdenziali da considerarsi privilegiati dovrebbero essere esclusivamente quelli previsti dalla legge, e non dalla contrattazione collettiva, qualificabile comunque come fonte privatistica […]”. Il Tribunale prosegue ricordando che l’iscrizione alla Cassa Edile è resa obbligatoria da moltissime disposizioni di legge e che, in assenza di detta iscrizione, l’impresa non può operare e che, inoltre, la regolarità dei versamenti è requisito necessario affinché l’impresa possa operare nel settore. Secondo i Giudici, tutto ciò rende evidente che “[…] l’insieme dei versamenti a favore della Cassa Edile è fuoriuscito dall’ambito della mera previsione privatistica della contrattazione collettiva di settore, per assumere un vero e proprio rilievo pubblicistico […]”. Tali considerazioni hanno condotto il Tribunale ad affermare che non è più giustificata l’esclusione dei versamenti alla Cassa Edile dalla tutela costituita dal riconoscimento del carattere privilegiato. Più risalente nel tempo è una pronuncia del Tribunale di Cagliari del 24 aprile 1985, secondo la quale “[…] ai crediti delle casse edili relativi agli accantonamenti obbligatori ed ai contributi per l'erogazione di prestazioni previdenziali e assistenziali compete il privilegio di cui agli art. 2751 bis e 2754 c.c. […]”. Per quanto attiene all’Anzianità Professionale Edile, la Corte d’Appello di Bologna (sentenza n. 864 del 19 luglio 2002) ha stabilito che lo stesso ragionamento in base al quale si afferma che l’accantonamento è retribuzione, poiché costituisce il mezzo per il versamento di alcune voci della retribuzione, deve farsi per gli accantonamenti relativi all’anzianità professionale edile, che remunerano la stessa anzianità professionale alla stregua degli scatti di anzianità previste per altre categorie di dipendenti. Sulla qualificazione come accantonamento di natura retributiva dell’APE si è espressa anche la Corte di Cassazione Sezione Lavoro con la sentenza n. 5006 dell’11 marzo 2004 (in Giust. civ. Mass., 2004, 3) la quale ha stabilito che “[…] il lavoratore […] aveva diritto a tutti gli istituti retributivi previsti dalla contrattazione medesima, non escluso quel particolare emolumento consistente nell’anzianità professionale edile […]”. Nello stesso senso si è espresso più recentemente il Tribunale di Monza che, con la sentenza del 6 febbraio 2008 ha statuito che “[…] la c.d. Ape (anzianità professionale edile) costituisce una componente della retribuzione complessiva del lavoratore edile con la conseguenza di riconoscere ad essa il privilegio ex art. 2751 bis n. 1 c.c. In tal senso depone la funzione svolta da tale istituto, che è quella di surrogare gli scatti di anzianità che nel caso dei lavori operanti in cantiere non potrebbero essere riconosciuti, data la frequente mobilità dei medesimi e la ridotta permanenza nella medesima impresa. Poiché lo scatto di anzianità costituisce pressoché pacificamente una voce retributiva (entrando a far parte del calcolo per istituti come il t.f.r.), appare non corretto sul piano sistematico non riconoscere eguale natura ad un istituto che di fatto viene a svolgere la medesima funzione […]”. La Pretura di Padova con sentenza del 27 febbraio 1980 ha addirittura riconosciuto natura privilegiata ai contributi e alle quote dovute alla Cassa Edile, in quanto le stesse costituiscono in parte retribuzione dovuta, sotto qualsiasi forma, ai prestatori di lavoro subordinato e in parte crediti concernenti danni conseguenti alla mancata corresponsione, da parte del datore di lavoro, dei contributi previdenziali ed assicurativi obbligatori. Al contrario, un orientamento restrittivo è stato adottato dal Tribunale di Modena (sentenza del 22 settembre 2000) che ha escluso la natura retributiva degli accantonamenti e dei contributi, ritenendo che invece accantonamenti e contributi facciano parte di un rapporto previdenziale facoltativo instaurato volontariamente dalle parti e non dovuto per legge. Pur nell’incertezza interpretativa sia delle norme che della giurisprudenza che si è espressa sul punto, conclusivamente si può ritenere che: a) per quanto riguarda la parte “retributiva” degli accantonamenti a favore di Cassa Edile, vi è la facoltà per il creditore (e quindi anche per la Cassa Edile) di agire contro tutti i soggetti dell’appalto (committente, appaltatore e subappaltatore) quali responsabili solidali; l’azione può essere esercitata a pena di decadenza nei limiti dei due anni dalla cessazione dell’appalto. b) Per quanto riguarda la parte non strettamente retributiva, si possono ritenere certamente applicabili i principi sopra detti in relazione ai contributi versati per APE. c) Per quanto riguarda gli altri contributi, pare corretto affermare che questi abbiano ad oggetto forme di tutela previdenziale ed assistenziale, anche se diverse da quelle indicate nell’art. 2753 cod. civ. e 2751 bis. n.1 cod. civ. Per tali contributi, vale la pena di osservare, neppure le sentenze di merito più restrittive, nel negare il privilegio di cui all’ art. 2751 bis n. 1 cod. civ. e 2754 cod. civ., negano la loro natura di contribuzione previdenziale, limitandosi a sostenere che il privilegio non sussiste in quanto tale contribuzione sorge non in base alla legge, ma alla volontà delle parti. Per tale ragione pare legittimo ritenere che le norme di cui agli artt. 29 D. Lgs. 10 settembre 2003, n. 276 e 35 comma 28 D.L. 10 settembre 2006, n. 223 (convertito con legge 4 agosto 2006, n. 248) riferendosi entrambi a “contributi previdenziali” senza indicarne espressamente l’origine, non possano non riguardare anche i suddetti contributi Cassa Edile. Infatti le norme suddette non menzionano l’origine della natura previdenziale del contributo, limitandone l’estensione soltanto a quelli obbligatoriamente costituiti, ma si riferiscono a tutti i contributi che tale natura abbiano ( riferimento espressamente indicato anche dall’art. 2754 cod. civ.) Diversamente ragionando, si priverebbe il lavoratore beneficiario finale della contribuzione di una tutela estesa che invece il legislatore ha voluto riconoscere. Per tutti questi motivi si ritiene che sia legittimo per la Cassa Edile agire per il recupero sia degli accantonamenti che dei contributi non corrisposti nei confronti del diretto debitore. Tale azione potrà esercitarsi direttamente anche nei confronti del committente e dell’appaltatore (qualora il debitore sia sub appaltatore) in quanto si ritiene che sussista responsabilità solidale di questi ultimi nei confronti del debitore della Cassa Edile. L’applicazione di tali principi porta indubbiamente il vantaggio di poter richiedere l’ingiunzione di pagamento anche nei confronti degli obbligati in solido, e di avere così controparti maggiormente solvibili. Porta l’ulteriore vantaggio che la eventuale dichiarazione di avere già corrisposto al proprio appaltatore (o subappaltatore) quanto dovuto non esonera l’obbligato in solido dal pagamento delle somme dovute dal debitore principale; infatti l’obbligato solidale potrà evitare il pagamento solo in caso in cui dimostri l’insussistenza dell’appalto o il decorso dei due anni dalla cessazione dell’appalto. Certamente l’applicazione di tali principi comporterà un incremento delle opposizioni da parte dell’obbligato solidale fondate sia sull’insussistenza del debito solidale che sulla mancata solidarietà dello stesso in punto spese legali.   Gli omessi pagamenti dei contributi Cassa Edile e la loro rilevanza penale Il Decreto Legge 12 settembre 1983, n. 463 convertito nella legge 11 novembre 1983, n. 638 (“Misure urgenti in materia previdenziale e sanitaria […]” dispone all’art. 2: “1. Le ritenute previdenziali ed assistenziali operate dal datore di lavoro sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti […] debbono essere comunque versate e non possono essere portate a conguaglio con le somme anticipate nelle forme e nei termini di legge dal datore di lavoro ai lavoratori per conto delle gestioni previdenziali ed assistenziali e regolarmente denunciate alle gestioni stesse, tranne che a seguito di conguaglio tra gli importi contributivi a carico del datore di lavoro e le somme anticipate risulti un saldo attivo a favore del datore di lavoro. 1 bis. L’omesso versamento delle ritenute di cui al comma 1 è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa sino a Lire 2 milioni. Il datore di lavoro non è punibile se provvede al versamento entro il termine di tre mesi dalla contestazione o dalla notifica dell’avvenuto accertamento della violazione. 1 ter. La denuncia di reato è presentata o trasmessa senza ritardo dopo l’omesso versamento di cui al comma 1 bis ovvero decorso inutilmente il termine ivi previsto. Alla denuncia è allegata l’attestazione delle somme eventualmente versate. (omissis) 2. Il datore di lavoro che non provveda al pagamento dei contributi e dei premi dovuti alle gestioni previdenziali ed assistenziali entro il termine stabilito o vi provvede in misura inferiore è tenuto al versamento di una somma aggiuntiva in sostituzione di quella prevista dalle disposizioni che disciplinano la materia fino a due volte l’importo dovuto, ferme restando le ulteriori sanzioni amministrative e penali. (omissis)”. La Suprema Corte di Cassazione a sezioni unite, con la sentenza 18 gennaio 2005, n. 1327 ha stabilito che il mancato versamento delle trattenute in percentuale da parte del datore di lavoro sulla retribuzione per il versamento alla Cassa Edile non integra il reato di appropriazione indebita, ma può configurare unicamente la sanzione amministrativa prevista dall’art. 13 D. Lgs. 19 dicembre 1994, n. 758 che così recita testualmente: “Art. 13 - (Minimi di trattamento economico e normativo) 1. L'art. 8 della legge 14 luglio 1959, n. 741, è sostituito dal seguente: "Art. 8. - 1. Il datore di lavoro che non adempie agli obblighi derivanti dalle norme di cui all'art. 1 della presente legge è punito con la sanzione amministrativa da euro 25 (lire cinquantamila) a euro 154 (lire trecentomila). Se l’inosservanza si riferisce a più di cinque lavoratori si applica la sanzione amministrativa da euro 154 (lire trecentomila) a euro 1.032 (lire due milioni)”. Ritiene la Suprema Corte che non sia neppure applicabile la fattispecie speciale di cui all’art. 2, comma 2 D.L. 12 settembre 1983, n. 463 nel testo vigente perché “[…] non può essere riconosciuto alle Casse Edili natura di enti di previdenza ed assistenza, sia perché il legislatore intendeva riferirsi agli enti di previdenza ed assistenza all’epoca esistenti (INPS, INAM, INAIL) ed altre gestioni speciali autonome; sia perché la trattenuta effettuata a favore delle Casse Edili non ha natura contributiva previdenziale o assistenziale ma di salario differito che trova la sua legittimazione in un accordo contrattuale sia pure recepito formalmente in un atto avente forza di legge; sia perché le casse Edili non svolgono funzioni previdenziali ed assistenziali, ma di intermediazione tra datori di lavoro e lavoratori […]”. Tale impostazione non appare del tutto condivisibile, atteso che la giurisprudenza civilistica ha ripetutamente attribuito valenza di ente previdenziale alle Casse Edili e di natura previdenziale o assistenziale ai contributi alle stesse versati. Non va poi trascurato un orientamento contrastante a tale interpretazione delle Sezioni Unite espresso dalla stessa Suprema Corte con varie sentenze tra le quali Cass. pen., sez. II, 7 maggio 1999, n. 5785, in Riv. pen., 1999, 541 e Cass. pen., sez. VI, 5 agosto 2003, n. 33063, in Cass. pen., 2005, 84. In particolare la prima delle due sentenze citate così insegna: “[…] Le somme “trattenute” dal datore di lavoro sulla retribuzione del dipendente e destinate a terzi a vario titolo (per legge, per contratto collettivo o per ogni altro atto o fatto idoneo a far sorgere nello stesso datore di lavoro un obbligo giuridico di versare somme per conto del lavoratore) fanno parte integrante della retribuzione spettante al lavoratore come corrispettivo per la prestazione già resa; tali somme dunque non appartengono più al datore di lavoro, che ne ha solo una disponibilità precaria posto che esse hanno una destinazione precisa, non modificabile unilateralmente in maniera lecita ma vincolata ad un versamento da effettuare entro un termine previsto a garanzia del terzo e del lavoratore. Ne deriva che commette il reato di appropriazione indebita il datore che scientemente lascia trascorrere il termine per il versamento, manifestando così la volontà di appropriarsi di una somma non sua e di cui solo provvisoriamente dispone. (Fattispecie relativa ad omesso versamento di contributi in favore della “Nuova Cassa Edile”)”. Per tali ragioni si potrebbe configurare perlomeno il reato di appropriazione indebita. Per le finalità che ci riguardano comunque potrebbe essere opportuno all’atto dell’iscrizione dell’impresa indicare che l’omissione dei versamenti oltre al recupero coattivo degli stessi maggiorati ed alle sanzioni amministrative sopra indicate, può comportare il reato di omissione contributiva di cui all’art. 2 del Decreto Legge 12 settembre 1983, n. 463 convertito nella legge 11 novembre 1983, n. 638 (“Misure urgenti in materia previdenziale e sanitaria …” ) nel testo vigente dispone e altresì il reato di cui all’art. 646 cod. pen. (appropriazione indebita). Si potrebbe infatti valutare, nei casi di omissioni nei versamenti, di promuovere la denuncia penale evidenziando la violazione dei due reati sopra segnalati in via alternativa tra loro.   La falsa dichiarazione di regolarità contributiva da parte dell’impresa non in regola con i versamenti Può accadere che l’impresa presenti il Documento Unico di Regolarità Contributiva ad un ente pubblico con il quale attesta la sua regolarità contributiva e che, nelle more della validità del detto documento (tre mesi), ometta di corrispondere i versamenti dovuti alla Cassa Edile, ma, ciononostante, continui ad avvalersi del documento. La giurisprudenza si è pronunciata in tale tema. La Cassazione penale con la sentenza n. 22880 del 15 aprile 2003 (in Cass. pen., 2004, 1265) ha statuito che “[…] sussiste il delitto di falso ideologico commesso dal privato nel caso di dichiarazione mendace di essere in regola con il pagamento dei contributi verso al Cassa Edile, allegata all’offerta per l’aggiudicazione di un appalto pubblico, atteso che l’obbligo giuridico di dire la verità risiede nell’art. 24 comma 2 della direttiva 93/37 Cee, recepita sul punto dal d.l. 30 luglio 1994 n. 478, non convertito, i cui effetti sono peraltro stabilizzati dalla l. 29 marzo 1995 n. 95 […]”. Il delitto di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico sussiste quando l’atto pubblico nel quale la dichiarazione del privato sia stata trasfusa, sia destinato a provare la verità dei fatti attestati e cioè quando una norma obblighi il privato a dichiarare il vero, ricollegando specifici effetti al documento nel quale la sua dichiarazione è stata inserita dal pubblico ufficiale ricevente. L’art. 5, terzo comma, del D.L. 30 luglio 1994, n. 478 stabiliva che “[…] sono cause di esclusione dalla partecipazione alle procedure di affidamento di lavori pubblici i casi contemplati dall’art. 24, primo comma, della Direttiva 93/37/CEE del 14 giugno 1993. Resta fermo quanto previsto dalla vigente disciplina antimafia ed in materia di misure di prevenzione […]”. Tale norma non è stata convertita in legge, ma la legge n. 95 del 29 marzo 1995 ha fatto salvi gli atti ed i provvedimenti adottati nonché gli effetti prodottisi ed i rapporti giuridici sorti in virtù del decreto legge non convertito. L’art. 24, primo comma, della direttiva 93/37/CEE prevede, a sua volta, l’esclusione dagli appalti pubblici “[…] di chi non sia in regola con gli obblighi relativi al pagamento dei contributi di sicurezza sociale […]”. Per tali ragioni si potrebbe ipotizzare di indicare all’atto della richiesta di DURC che dichiarazioni mendaci sulla sua regolarità configurano il reato di falsità ideologica, penalmente perseguibile dall’art. 483 cod. pen con la reclusione sino a due anni e, nel caso di dichiarazione mendace, di proporre la relativa denuncia.