Riflessioni sul danno esistenziale e, in particolar modo, sulla liquidazione del danno

Riflessioni sul danno esistenziale e, in particolar modo, sulla liquidazione del danno

La relazione dello Studio Legale Vivani & Marson pone in evidenza ed illustra i presupposti del cd. “danno da vacanza rovinata”, una particolare categoria di danno codificata dalla giurisprudenza e recentemente disciplinata, con riguardo ai servizi connessi all’acquisto di “pacchetti turistici” dal decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206 (“Codice del consumo”).

I. Premesse. Profili generali delle categorie di danno extracontrattuale risarcibile. I. 1. Fino a pochi anni fa Fino a pochi anni or sono la dottrina e la giurisprudenza riconoscevano solo due categorie di danno liquidabile: il danno patrimoniale, disciplinato dal combinato disposto degli artt. 1218, 1226 e 2056 cod. civ. ed il danno non patrimoniale o morale. Successivamente a questi due generi andò ad aggiungersi il danno biologico, categoria disciplinata dagli artt. 2043 e ss. cod. civ., nella quale si fece confluire una pluralità di danni: danno alla vita di relazione, danno alla capacità lavorativa, danno estetico e danni a carattere patrimoniale e non. Il sistema tradizionale di qualificazione del danno alla salute era, infine, fondato sulla ripartizione tra il danno biologico - il cui presupposto era dato dalla lesione dell’integrità psicofisica - e il danno non patrimoniale, disciplinato dall’art. 2059 cod. civ. (secondo cui il danno non patrimoniale deve essere risarcito “solo nei casi previsti dalla legge”) ed identificato con il c.d. danno morale (patema d’anima o pretium doloris, ovvero la sofferenza transeunte destinata ad attenuarsi col passare del tempo), risarcibile nei soli casi in cui l’illecito costituiva reato ai sensi dell’art. 185 cod. pen. I. 2. Recentemente è emersa all’attenzione della dottrina e della giurisprudenza la sussistenza di fatti illeciti che, senza ledere l’integrità psicofisica del soggetto e senza integrare un reato, determinano l’infelicità del soggetto passivo, impedendone il corretto svolgimento della sua personalità. A tale proposito la giurisprudenza e la dottrina hanno elaborato la nozione di danno esistenziale, conseguente ad una limitazione nello svolgimento della persona in tutti i suoi aspetti (affetti, famiglia, attività culturali, religiose, hobbies, divertimenti….) e per il quale non rileva né la lesione della salute (danno biologico), né il mero turbamento dell’animo (danno morale). Esempi di fatti illeciti peggiorativi della qualità della vita sono stati individuati nella lesione dei diritti della personalità, nei comportamenti illeciti della pubblica amministrazione (es: illegittimità nelle procedure concorsuali), nei fatti di inadempimento contrattuale, nel mobbing sul posto di lavoro ecc. Una parte della dottrina ritiene che il danno esistenziale trovi il proprio presupposto normativo nell’art. 2043 cod. civ., configurandosi quale danno-evento al pari del danno biologico. In tal caso, l’ingiustizia del fatto andrebbe ravvisata nella lesione dei diritti della personalità tutelati e garantiti dall’art. 2 della Costituzione. Di conseguenza, non troverebbe applicazione l’art. 2059 cod. civ., che limita il risarcimento del danno ai soli fatti costituenti reato. La giurisprudenza più recente sostiene, invece, che nei casi in esame sia applicabile l’art. 2059 cod. civ., del quale viene proposta un’interpretazione estensiva, così diversamente argomentata: (1) il danno non patrimoniale è risarcibile non solo nei casi di reato ma anche nei casi previsti dalla legge (si pensi ad esempio ai danni derivanti da illecito trattamento dei dati personali ai sensi dell’art. 15 del decreto legislativo 30 marzo 2003, n. 196); (2) la formula “casi previsti dalla legge” di cui all’art. 2059 cod. civ. deve intendersi comprensiva anche dei casi previsti dalla Costituzione, ragion per cui il danno non patrimoniale conseguente alla lesione dei diritti costituzionalmente garantiti (art. 2 Cost.) va necessariamente risarcito; (3) l’art. 2059 cod. civ. fa espresso riferimento non al danno morale, bensì al danno non patrimoniale, che è nozione più ampia e destinata a ricomprendere ogni danno che non incide sul patrimonio dell’individuo. Questa interpretazione ha determinato l’inserimento nell’ambito di applicabilità dell’art. 2059 cod. civ. anche del danno esistenziale, trattandosi di danno che non incide, in senso peggiorativo, sul patrimonio del danneggiato, bensì su beni non patrimoniali. In conclusione, il danno non patrimoniale sarebbe dunque risarcibile non solo nei casi previsti dalla legge ordinaria, ma anche in quelli di lesione dei valori della persona costituzionalmente protetti. II. Il danno “da vacanza rovinata”. Una particolare categoria di danno risarcibile è rappresentata dal danno da vacanza rovinata, consistente nello stress e nel minor godimento della vacanza, intesa come periodo volto a superare le tensioni del vivere quotidiano, derivata da inadempimento o cattiva esecuzione di un contratto turistico. In relazione a questo genere di danno sono state prospettate diverse configurazioni. II. 1. Una prima tesi lo riconduce nell’ambito dell’art. 2043 cod. civ., qualificandolo come danno da fatto illecito di natura patrimoniale, identificato con la mancata soddisfazione delle aspettative ricreative sorte in seguito alla stipulazione del contratto di viaggio. Tuttavia tale tesi – elaborata probabilmente per soddisfare le esigenze di tutela del viaggiatore - si presta ad alcune obiezioni. In primo luogo, il benessere che ci si aspetta dalla vacanza non può essere considerato quale prestazione dedotta nel contratto e alla quale è tenuto il venditore. Quest’ultimo, infatti, si obbliga solo all’esecuzione dei compiti specificamente previsti nel contratto di viaggio, con la conseguenza che il viaggiatore non potrebbe limitarsi ad allegare il fatto che “non si sia divertito” per configurare un inadempimento della controparte, onerandola così della prova relativa alla non imputabilità. In secondo luogo, affermare che la lesione di bene suscettibile di valutazione economica dia origine necessariamente ad un danno patrimoniale svuoterebbe di contenuto la nozione del danno non patrimoniale, posto che qualunque danno, nel momento in cui viene risarcito, deve essere valutato in termini economici. II. 2. Una seconda tesi interpretativa inquadra il danno da vacanza rovinata nell’ambito del danno esistenziale. Tale danno rientrerebbe nella previsione dell’art. 2059 cod. civ., il cui limite (la risarcibilità “nei casi previsti dalla legge”) però non opererebbe, in quanto il bene vacanza è tutelato e garantito dall’art. 2 della Costituzione. La vacanza risulterebbe, dunque, una di quelle attività nelle quali si esplica la personalità dell’individuo. II. 3. Infine, una terza teoria qualifica il danno da vacanza rovinata come danno morale ovvero come “transeunte turbamento”, risarcibile ai sensi dell’art. 2059 cod. civ. e, in quanto tale, assoggettato al limite della previsione legislativa. II. 4. Ad avviso di chi scrive nessuna di queste interpretazioni appare condivisibile e soddisfacente. Infatti, è lo stesso art. 2059 cod. civ. che consente di reputare ammissibile la piena risarcibilità dei danni morali conseguenti al mancato o cattivo godimento della vacanza contrattualmente programmata. In altre parole, non è necessario forzare la portata applicativa dell’art. 2059 cod. civ., poiché il requisito della previsione legislativa del danno non patrimoniale è pienamente soddisfatto dalla normativa di settore. In particolare, ci si riferisce a due corpus normativi. Il primo è costituito dalla Convenzione di Bruxelles del 23 aprile 1970 (CCV) relativa ai contratti di viaggio in ambito internazionale, ratificata in Italia con la legge n. 1084 del 1977 e, quindi, ivi pienamente operante. Con tale ratifica l’Italia si è avvalsa della facoltà di applicare la Convenzione ai soli contratti di viaggio internazionali (vale a dire i contratti da eseguirsi totalmente o parzialmente in uno stato diverso da quello in cui il contratto è stato stipulato o da dove il viaggiatore è partito). In relazione a questi contratti, l’organizzatore del viaggio è responsabile per qualunque pregiudizio subito dal viaggiatore a causa dell’inadempimento totale o parziale dei suoi obblighi. Il secondo è costituito dalla direttiva 90/314/CEE, attuata in Italia con il decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 111, relativa alla vendita di pacchetti “tutto compreso” nel territorio dello Stato. Con riferimento a tale direttiva la Corte di Giustizia CE con sentenza sez. VI, 12 marzo 2002, C-168/00, ha chiarito che “… l’art. 5 della direttiva del Consiglio 13 giugno 1990, 90/314/CEE, concernente i viaggi, le vacanze ed i circuiti tutto compreso, deve essere interpretato nel senso che il consumatore ha diritto al risarcimento del danno morale derivante dall’inadempimento o dalla cattiva esecuzione delle prestazioni fornite in occasione di un viaggio tutto compreso… ”. Più convincente appare dunque la tesi che considera tale danno come danno contrattuale. Tesi che troverebbe conforto nel fatto che tutte le fonti giuridiche internazionale configurano il danno da vacanza rovinata come una responsabilità tipicamente contrattuale, dovuta a violazione di obblighi pattuiti con la stipulazione di un contratto di prestazione di servizi. Questa interpretazione è peraltro condivisa da parte della giurisprudenza, che qualifica il danno non patrimoniale da vacanza rovinata come un danno morale da inadempimento contrattuale, eccezionalmente risarcibile alla luce del diritto comunitario (così Tribunale di Roma, sentenza 26 novembre 2003, Giur. Romana 2004, 88; Tribunale di Napoli, sentenza 26 febbraio 2003, Giur. Napoletana, 2003, 172). III. La disciplina dei servizi turistici introdotta del Decreto Legislativo 6 settembre 2005, n. 206 (“Codice del consumo”). Ad ulteriore conforto della tesi prospettata al punto quattro del paragrafo precedente si segnala l’entrata in vigore del decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206 (“Codice del consumo”), il quale, abrogato il decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 111, ha riordinato la materia dei contratti stipulati dai consumatori, includendovi al Capo II anche la disciplina dei pacchetti turistici. Secondo la definizione dell’art. 84 del Codice del consumo i pacchetti turistici hanno per oggetto “…i viaggi, le vacanze ed i circuiti tutto compreso, risultanti dalla prefissata combinazione di almeno due degli elementi di seguito indicati, venduti od offerti in vendita ad un prezzo forfettario, e di durata superiore alle ventiquattro ore ovvero comprendente almeno una notte: a) trasporto; b) alloggio; c) servizi turistici non accessori al trasporto o all'alloggio di cui all'articolo 86, lettere i) e o), che costituiscano parte significativa del pacchetto turistico…”. L’ambito di applicazione del decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206 è dunque circoscritto ai servizi connessi ai pacchetti turistici, venduti od offerti in vendita nel territorio nazionale dall'organizzatore o dal venditore, ovvero ai pacchetti turistici negoziati fuori dai locali commerciali e a distanza. III. 1. L’art. 92 del Codice del consumo ha espressamente previsto che quando il consumatore recede dal contratto nei casi previsti dagli articoli 90 e 91 (ossia in caso di modifica delle condizioni contrattuali) o se il pacchetto turistico viene cancellato prima della partenza per qualsiasi motivo (tranne che per sua colpa), egli ha diritto di usufruire di un altro pacchetto turistico di qualità equivalente o superiore senza supplemento di prezzo, oppure di usufruire di un pacchetto turistico qualitativamente inferiore (previa restituzione della differenza del prezzo), oppure di farsi rimborsare, entro sette giorni lavorativi dal momento del recesso o della cancellazione, la somma di denaro già pagata. E’ comunque fatto salvo il diritto del consumatore ad essere risarcito di ogni ulteriore danno dipendente dalla mancata esecuzione del contratto. Il successivo art. 93 del Codice del consumo impone inoltre all’organizzatore ed al venditore di risarcire il danno in caso di mancato o inesatto adempimento delle obbligazioni assunte con la vendita del pacchetto turistico (secondo le rispettive responsabilità), se non provano che il mancato o inesatto adempimento è stato determinato da impossibilità della prestazione dovuta a causa a loro non imputabile (anche qualora si avvalgano di altri prestatori di servizi: in tal caso avranno diritto di rivalsa nei confronti di quest’ultimo). III. 2. Con riferimento alla disciplina risarcitoria, il legislatore ha introdotto alcune differenze, a seconda che il danno cagionato sia: (a) un danno alla persona oppure (b) un danno diverso dal danno alla persona. (a) Ai sensi dell’art. 94 del Codice del consumo, i danni alla persona conseguenti all'inadempimento od all’inesatta esecuzione delle prestazioni del pacchetto turistico sono infatti risarcibili nei limiti stabiliti delle convenzioni internazionali che disciplinano la materia (convenzione di Varsavia del 12 ottobre 1929 sul trasporto aereo internazionale, convenzione di Berna del 25 febbraio 1961 sul trasporto ferroviario e dalla convenzione di Bruxelles del 23 aprile 1970 - C.C.V.). In questo caso il diritto al risarcimento del danno si prescrive in tre anni dalla data del rientro del viaggiatore nel luogo di partenza, salvo il termine di diciotto o dodici mesi per quanto attiene all'inadempimento di prestazioni di trasporto comprese nel pacchetto turistico per le quali si applica l’art. 2951 cod. civ. (b) Per quanto riguarda invece il danno diverso dal danno alla persona (art. 95 Codice del consumo), derivante dall'inadempimento o dall'inesatta esecuzione delle prestazioni che formano oggetto del pacchetto turistico, è consentito alle parti contraenti convenire in forma scritta limitazioni al suo risarcimento, purché nel rispetto dei limiti minimi dell'articolo 13 della convenzione internazionale relativa al contratto di viaggio (C.C.V.). In assenza di specifica pattuizione, il risarcimento del danno è comunque ammesso nei limiti previsti dall'articolo 13 della medesima convenzione e dagli articoli dal 1783 al 1786 del codice civile, in materia di risarcimento per danni occorsi a beni portati o consegnati in strutture alberghiere. In questa ipotesi occorre prestare attenzione al fatto che il diritto al risarcimento di questa categoria di danni si prescrive nel termine breve di un anno dal rientro del viaggiatore nel luogo della partenza. IV. Le fattispecie di danno “da vacanza rovinata”. Come anticipato nei paragrafi precedenti, la giurisprudenza si è occupata con sempre maggior frequenza del risarcimento del danno “da vacanza rovinata”, che comprende una casistica assai varia e della quale si forniscono, a completamento della presente trattazione, alcuni esempi. Sono risarcibili i danni conseguenti a: - difformità dei servizi acquistati (specialmente con la formula dei “pacchetti turistici”) rispetto a quelli effettivamente goduti nel corso della vacanza; - forzoso rientro anticipato dovuto, per esempio, allo smarrimento dei bagagli da parte del vettore aereo; - omessa informazione da parte dell’agenzia di viaggi o del tour operator relativamente a fatti che avrebbero consentito al turista di scegliere se accettare o meno la proposta contrattuale (ad esempio per la presenza di eccezionali condizioni di maltempo); - mancata sistemazione nella struttura ricettiva concordata (tipico è il caso dell'“overbooking” dell’albergo prenotato).   In conclusione, talune fattispecie di danno da “vacanza rovinata” sono assoggettate alla disciplina del decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, in quanto attinenti alla definizione di “pacchetti turistici” ivi contemplata. Altre fattispecie di danno, non attinenti ai “pacchetti turistici” del Codice del consumo, possono comunque essere congruamente risarcite in forza dei principi generali, di cui è stata offerta trattazione nei precedenti paragrafi I. e II.